Pochi giorni fa la Camera dei deputati
ha approvato un disegno di legge che prevede l’istituzione per il 12
novembre di ogni anno della “Giornata del ricordo per i caduti in
tutte le missioni di pace”. Ci sarà dunque un’altra ottima
occasione per media e politicanti di fare sfoggio di un nazionalismo
becero e violento o, nel migliore dei casi, di uno pseudo-pacifismo
ipocrita, grazie ai ben collaudati artifici retorici secondo cui chi
bombarda villaggi dall’alto di aerei ultra-moderni è un “missionario
di pace” mentre chi compie atti di guerriglia è un “terrorista”,
chi muore occupando la terra altrui è un “eroe” e chi ha la
disgrazia di morire da civile inerme si limita ad essere un “effetto
collaterale”. Ma questo velo di disinformazione e
propaganda viene subito a cadere se si osserva la realtà dei fatti:
centinaia di migliaia di morti e feriti, in larghissima parte civili,
nei teatri di guerra aperti dalla NATO bastano da soli a rendere tragicamente ridicolo parlare di
“missioni di pace”, senza dimenticare anche il riaffiorare di
conflitti locali violentissimi favorito dalla destabilizzazione
importata dagli invasori occidentali.
Le operazioni belliche in
Afghanistan e Iraq, solo per citare i casi più noti, sono
nient’altro che aggressioni imperialiste in piena regola, motivate da precisi interessi sia
economici che geo-strategici, con buona pace di chi continua a
parlare di “costruzione di processi democratici” o ad agitare lo
spettro dai contorni sempre più indefiniti del “terrorismo
internazionale”.
I soldati italiani, così come quelli
delle altre forze NATO, vengono “mandati” (in realtà sono
professionisti, e stipendiati molto profumatamente, non certo
ragazzini della leva) a presidiare territori a loro del tutto
estranei e a minacciare l’incolumità delle popolazioni locali per
servire gli interessi dei loro governanti, ovvero dei grandi
capitali industriali e finanziari: con queste guerre si conquistano
avamposti strategici in aree “difficili”, si protegge il transito
di oleodotti e gasdotti, ci si appropria di materie prime e risorse
naturali, si ingrassano i profitti dell’industria bellica. Di certo
non si proteggono la “nostra” sicurezza e la “nostra”
libertà, tanto più che anche nelle guerre, come in troppi altri
ambiti, le spese sono pubbliche e i profitti privati. I soldati italiani sono dunque presenti
in queste aree esclusivamente per curare interessi economici
padronali e interessi strategici degli USA e del nascente polo
imperialista europeo, e per compiere il loro dovere non esitano certo
a calpestare ogni diritto e rivendicazione delle popolazioni che si
trovano di fronte.
Non c’è molto da stupirsi se di fronte a tutto
ciò nascono movimenti di resistenza che sempre più spesso ci fanno
ricordare di essere davvero in guerra, di non essere difensori ma oppressori di questi popoli.
Non è per questi caduti che piangiamo.
Riteniamo molto più naturale versare le nostre lacrime ed esprimere
la nostra rabbia per le vittime innocenti delle guerre imperialiste,
così come per tutti coloro che ogni giorno muoiono facendo lavori
più “normali” e meno “eroici” e non avranno mai né un minuto di silenzio né una
medaglia al valore.
BASTA GUERRE IMPERIALISTE!
SOLIDARIETA’ CON I POPOLI OPPRESSI!