CONSIDERAZIONI SUL 15 OTTOBRE


Come prevedibile, la risposta alla partecipatissima manifestazione del 15 Ottobre è stata un attacco frontale, ad opera degli apparati repressivi e col supporto della stampa di regime, contro la vasta area di dissenso che si è espressa in piazza. Ci sono state perquisizioni a tappeto in tutta Italia, 11 nella sola Firenze, anche contro compagni che neppure erano presenti a Roma, ma colpevoli solo di una precisa appartenenza politica. L’ondata repressiva ha colpito arbitrariamente chi lotta quotidianamente conto le politiche neoliberiste governative e comunitarie, chi difende il territorio, il diritto allo studio, chi avanza rivendicazioni contro la precarietà e lo sfruttamento padronale. Preoccupanti e inaccettabili sono le dichiarazioni dei vari Di Pietro e Maroni che lasciano prevedere pesanti riduzioni delle libertà politiche e degli spazi di democrazia: provvedimenti come Daspo, Legge Reale, arresti preventivi e la possibilità di autorizzare cortei solo disponendo di un patrimonio di garanzia per eventuali danni, fanno tornare la memoria direttamente agli anni bui del Fascismo. Non si tratta però di una stretta autoritaria fine a se stessa. Al contrario, la gestione emergenziale della protesta risponde direttamente alla necessità di governo e padroni di indebolire le lotte, soffocando il consolidamento di un movimento di massa, radicale e conflittuale, tanto nelle pratiche di piazza quanto nelle istanze politiche di cambiamento. Un movimento, quindi, in grado di rispondere all’esigenza dei settori sociali subalterni, che stanno pagando la crisi del capitale, di superare radicalmente l’attuale sistema. A questa sessa logica risponde il clima di caccia alle streghe che, scatenato da politici e media, rischia subdolamente di contagiare alcuni settori del movimento stesso. L’invito alla delazione di massa, oltre ad essere particolarmente infame, induce una deleteria distinzione tra manifestanti “buoni” e manifestanti “cattivi”, spaccando e danneggiando il movimento nel suo insieme. Questa dinamica, quindi, finisce per colpire di ritorno tutti i soggetti che, in qualsiasi modalità, lottano per rivendicazioni sociali e favoriscono, invece, coloro che del movimento sono i veri nemici. C’è da chiedersi, allora, perché la criminalizzazione acritica del conflitto attecchisca così facilmente per spiegare la dinamica del 15 ottobre. A nostro avviso, ciò accade a causa della mancata assunzione di responsabilità da parte degli organizzatori rispetto alla gravità della fase politica, che vede una sempre più diffusa sensibilità anticapitalista caratterizzare le istanze popolari. In altre parole, la mancata volontà di definire l’assedio ai palazzi del potere come chiaro ed inequivocabile obbiettivo politico (come è accaduto, invece, in tutta Europa) ha privato di progettualità politica la rabbia di migliaia e migliaia di sfruttati, che si è così espressa in maniera spontanea contro i simboli del dominio capitalista. In questa dinamica ha influito in maniera più che determinante il tentativo di strumentalizzare le rivendicazioni della piazza a fini elettorali, svilendo la radicalità, le istanze e la natura stessa di un movimento che, in tutta la sua eterogeneità, nasce dal basso da molteplici esperienze di autorganizzazione.

Alla luce di ciò, come Collettivo Politico di Scienze Politiche, vogliamo contribuire al dibattito interno al movimento con un appello all’unità delle classi subalterne contro la violenza di un sistema che, in nome del profitto, sfrutta in ogni posto di lavoro, condanna intere generazioni a una vita di precarietà e reprime sistematicamente ogni tentativo di alzare la testa.

Pertanto rivendichiamo il diritto ad esprimere dissenso e ribadiamo la nostra solidarietà a tutti coloro che in queste ore stanno pagando il clima inquisitorio che si è scatenato nel paese.

BASTA DISTINZIONI TRA BUONI E CATTIVI

PER L’UNITA’ DEL MOVIMENTO CONTRO I VERI NEMICI

SOLIDARIETA’ AI COMPAGNI PERQUISITI ED ARRESTATI

COLLETTIVO POLITICO DI SCIENZE POLITICHE

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