Il dibattito sulla crisi: e se fosse sovrapproduzione?


crisi_1929Riportiamo questa traduzione da Senzasoste, vista la chiarezza con la quale viene spiegata la crisi del capitalismo.

Ibán Díaz Parra

Rebelión

Negli ultimi anni si è sentito dire che la causa della crisi sono il sistema finanziario, i mutui spazzatura, l’avarizia dei mercati, la cattiva amministrazione dei politici e delle istituzioni regolatrici eccetera eccetera. Probabilmente in ognuna di queste c’è una parte di ragione, in alcune molto più che in altre. Tuttavia, come diceva tempo fa David Harvey (cfr. Crisis of Capitalism < http://youtu.be/qOP2V_np2c0>), sembra che l’ultima cosa a passare per la testa alla maggior parte degli economisti e/o opinionisti di professione è che la causa della crisi sia il sistema stesso, che si tratti di una crisi strutturale.

Anche qualche anno fa qualcuno chiese in un gruppo di discussione al quale partecipava se la crisi che allora iniziava a intravedersi fosse una tipica crisi di produzione. Allora pensavo di sì, ed è un’opinione che continuo ad avere.

La teoria classica della crisi

Nella teoria marxista classica le crisi capitaliste hanno origine nelle imprese che non trovano mercato per i loro prodotti. Sovrapproduzione che pertanto tende a coesistere con una situazione di disoccupazione, e che nel suo complesso non è altro che capitale e forza lavoro (un altro tipo di capitale) che non trovano opportunità per essere investiti e generare profitti. Questo non vuol dire che non ci sia scarsità. La sovrapproduzione implica eccedenze di merci e le merci non vanno a coprire i bisogni umani ma la domanda solvente.

Così possiamo trovare uno stock, per esempio di merce-casa, che non trova sbocco sul mercato e pertanto si accumula senza essere utilizzato. A qualcuno suona familiare? In questo Paese ci sono 3,5 milioni di case vuote e, tuttavia, in un contesto di distruzione di posti di lavoro, migliaia di famiglie incontrano difficoltà per dare soluzione a un bisogno così fondamentale come quello di avere un tetto.

La causa per la quale il sistema capitalista tende a sfociare in questo tipo di crisi è che, dopo un periodo di espansione, la differenza tra la capacità di produzione e la domanda solvente si fa sempre più profonda, così che la domanda diventa insufficiente, i prezzi si bloccano e diminuiscono, cadono i profitti, le imprese falliscono e i lavoratori rimangono disoccupati. Cosicché, per affrontare le crisi o per evitarle, bisogna creare opportunità dove investire capitale e manodopera e/o incrementare la domanda solvente. Entrambe le cose sono intimamente legate, dato che si distruggono posti di lavoro, la domanda solvente si riduce e viceversa.

Stando così le cose, direi che le ultime crisi del capitalismo globale, a partire dagli anni ‘70, sono state crisi delle soluzioni per evitare la crisi di sovrapproduzione. Queste soluzioni sono state in primo luogo,l’intervento dello Stato nell’economia e, in secondo luogo, la liberalizzazione del sistema finanziario e la creazione di complessi sistemi di debito. In entrambi i casi, la questione della casa e dell’urbanizzazione in generale hanno svolto un ruolo fondamentale (e quest’ultima è un’idea che prendo direttamente da David Harvey che a sua volta lavora sulle tesi di Henri Lefebvre).

La soluzione statale

Torniamo alla crisi degli anni ’70. Questa è stata una crisi del sistema di regolazione fordista-keynesiano, che si era sviluppato a sua volta come risposta alla terribile crisi del ‘29 e alla depressione degli anni ‘30 del XX secolo. Il problema era disporre di un insieme di strategie che potessero stabilizzare il capitalismo, nelle quali l’intervento dello Stato, rispetto al liberalismo in precedenza dominante, andava a giocare un ruolo  cruciale. Di fronte alla crisi di sovrapproduzione Keynes propugnava l’intromissione dello Stato nella gestione della relazione tra forza lavoro e accumulazione del capitale. Il principale problema da risolvere era mantenere stabile il potere d’acquisto, distribuire salario e rendita per riuscire a elevare il livello di consumo e uscire dalla recessione. Dopo una crisi dell’attività nella quale l’economia si blocca, l’unico modo di uscire dal circolo vizioso di “riduzione del consumo=riduzione della produzione=disoccupazione=riduzione del consumo” è quello di incrementare il consumo mediante l’intervento dello Stato nell’economia.

In questo periodo lo Stato si assunse vari compiti. Per cominciare, la produzione di massa fordista (che si era già sviluppata prima della crisi, ma che raggiunse la sua maturità dopo la II Guerra Mondiale) esigeva  forti investimenti in infrastrutture e necessitava a sua volta di condizioni di domanda relativamente stabili per essere conveniente. Così, durante il periodo del dopoguerra, lo Stato cercò di dominare i cicli economici per mezzo di una mistura appropriata di politiche fiscali e monetarie. Queste politiche erano dirette a quelle aree di investimento pubblico (trasporto, servizi pubblici, ecc.) che erano vitali per la crescita della produzione e del consumo di massa, e che avrebbero garantito anche la piena occupazione. I governi si dedicarono anche a supportare fortemente il salario indiretto tramite spese destinate alla sicurezza sociale, all’assistenza sanitaria, all’educazione, alla casa e cose del genere. Inoltre, il potere statale influiva, direttamente o indirettamente, sugli accordi salariali e sui diritti dei lavoratori. Questa fu la base per il prolungato boom del dopoguerra, nel quale i Paesi capitalisti avanzati raggiunsero forti tassi di crescita economica, furono elevati i livelli di vita e furono frenate le tendenze alla crisi. Tutto ciò con un indubbio costo ecologico e nei limiti di un ambito geopolitico molto definito, naturalmente.

Un elemento al quale Harvey concede un gran peso in questa ondata di espansione è la crescita urbana e, nel caso anglosassone, la suburbanizzazione. L’auge degli spazi residenziali suburbani si verifica negli USA e nel Regno Unito specialmente dopo la II GM. Questo modello di urbanizzazione si basava sull’acquisto di case in proprietà e sulla costruzione di zone residenziali a bassa densità, dando luogo a un immenso mercato del suolo e della casa, oltre allo sviluppo di sistemi innovativi di credito alle famiglie. Inoltre altri aspetti fondamentali del modello sono stati l’automobile privata come soluzione principale agli spostamenti e la costruzione di autostrade. In questo modo i crescenti capitali e la manodopera erano assorbiti dalla fabbrica fordista, ma anche dalla costruzione di grandi infrastrutture e dalla costruzione e ricostruzione delle città. Nell’Europa continentale la suburbanizzazione ha un peso minore e il suo sviluppo è più tardivo. In realtà il suo vero auge comincia alla metà degli anni ‘70. Ciò nonostante, lo stesso ruolo che giocano i sobborghi nel caso statunitense lo giocano i quartieri funzionalisti periferici promossi dal settore pubblico e il profondo rinnovamento urbano dei centri urbani, tanto necessario in un’Europa devastata dalla guerra.

Tuttavia questo modello sarebbe crollato negli anni ‘70, quando cominciarono ad affiorare i problemi di rigidità dell’industria di tipo fordista, basata su investimenti a lungo termine e su grande scala, che davano per scontata la crescita stabile del consumo. Sorsero anche problemi di rigidità sui mercati della forza lavoro e ogni tentativo di superare queste rigidità si scontrava con la forza dei sindacati e della classe operaia organizzata in generale, poco disposta a rinunciare alla stabilità e al livello di vita che aveva raggiunto nei decenni precedenti. In questo contesto, la concorrenza dei nuovi Paesi industrializzati cominciava a far danni nell’industria occidentale. Inoltre anche le rigidità degli impegni statali si aggravarono quando la spesa in salario indiretto (sicurezza sociale, pensioni, sanità, eccetera) crebbe sotto la pressione di mantenere una certa legittimità nel contesto di recessione. In questa situazione, l’unico strumento con la capacità di dare una risposta flessibile era la politica monetaria, per la sua capacità di stampare moneta quando ce n’era bisogno per mantenere la stabilità dell’economia. E in questo modo iniziò l’ondata d’inflazione che avrebbe messo fine al boom del dopoguerra, le cui pietre miliari fondamentali per Harvey (vedere Breve storia del neoliberalismo , edito da AKAL) furono i fallimenti del Regno Unito e di New York.

Dalla crisi degli anni ’70 sarebbe emerso un nuovo modello per il capitalismo occidentale e, progressivamente, una nuova struttura geopolitica e geoeconomica. Così, una parte importante dei problemi di rigidità del fordismo e dei crescenti costi di una forza lavoro organizzata fu la riconversione industriale, che sfociò in parte nell’automatizzazione, in parte in delocalizzazione e in parte in pura e semplice deindustrializzazione durante gli anni settanta e ottanta. Da parte loro i grandi centri urbani occidentali si sarebbero specializzati in un’economia terziaria basata su un settore finanziario sempre più determinante e sovradimensionato. Credo che un buon esempio di questo sia il caso del Regno Unito. Qui, mentre l’industria navale e automobilistica si trasferiva nel sudest asiatico, il nord industriale e minerario della Gran Bretagna affondava e la sua caratteristica classe operaia si lumpenproletarizzava, il centro finanziario di Londra non faceva che crescere fino a diventare la base dell’economia dello Stato. Il progetto di rinnovamento urbano delle docklands risulta paradigmatico in questo senso, eliminando gli storici cantieri di Londra e la sua principale enclave industriale storica per sostituirla con un parco di uffici, il nuovo centro finanziario di Canary Wharf. Un nuovo modello economico in cui si moltiplicavano i dirigenti e i professionisti ben pagati, ma anche un proletariato del settore servizi sottoposto a una precarietà estrema, una società sempre più polarizzata se si vuole, termine che cominciò a diventare popolare in questo contesto.

Una delle basi del nuovo modello fu la deregulation del sistema finanziario, che era stato rigorosamente controllato dallo Stato a partire dal 1930. A partire dalla crisi del 1973 la pressione per la deregulation finanziaria acquistò forza e per la seconda metà degli anni ’80 questa era un fatto acquisito. La deregulation e l’innovazione finanziaria si trasformarono in quel momento in un presupposto di sopravvivenza per qualsiasi centro finanziario mondiale dentro un sistema globale altamente integrato, risultando inoltre fondamentale per incentivare l’indebitamento tramite formule per il finanziamento di case e crediti al consumo, mentre crescevano i nuovi mercati di azioni, valute o futures. La conseguenza è stata un’economia sottoposta a cicli brevi sempre più violenti e molto legati agli alti e bassi del mercato immobiliare. Così il ciclo iperspeculativo della seconda metà degli anni ’80 si sarebbe concluso con lo scoppio della bolla immobiliare finanziaria negli USA, Regno Unito e Giappone nel 1990, che in quest’ultimo Paese avrebbe dato luogo a quello che si conosce come decennio perduto. In Spagna lo scoppio ritardò un po’ di più, grazie ai macroeventi del 1992 che permisero di continuare a canalizzare investimenti speculativi sul mercato immobiliare e a creare opportunità di investimento tramite la creazione delle grandi infrastrutture richieste da eventi come l’Esposizione Universale o le Olimpiadi di Barcellona. Dopo tutto questo, un periodo di stallo per cominciare di nuovo nel 1997 fino al nuovo scoppio, infinitamente più violento, 10 anni dopo. In questo modo, la crisi attuale trova il suo detonatore proprio nei disparati prodotti finanziari realizzati per permettere che l’indebitamento familiare degli statunitensi, contro ogni logica, continuasse a d aumentare. Un dato che evidenzia la necessità di continuare ad ampliare il mercato e continuare a firmare ipoteche perché i prezzi continuassero a crescere e non scoppiasse l’enorme bolla di speculazione e debito che si era formata nei tre lustri precedenti.

Forse l’interpretazione della crisi come una crisi essenzialmente urbana e della casa non è valida per tutti i Paesi, ma risulta evidente almeno nei casi di alcune delle economie più importanti del mondo, come il Regno Unito o gli USA, o di alcune delle economie che hanno subito l’affondamento più accelerato dopo il 2007 come la Grecia, l’Irlanda o la Spagna. Attualmente i Paesi che sono in migliori condizioni sono proprio quelli che hanno sviluppato o mantenuto un’economia produttiva nel contesto postfordista. Ciò nonostante, non c’è nessuno che non percepisca gli effetti sull’economia mondiale dell’affondamento del consumo nei Paesi occidentali. Serve a poco che certi Paesi mantengano una potente economia esportatrice se i loro principali clienti non possono continuare a comprare da loro.

In definitiva, risulta evidente che i salari indiretti che pagava lo Stato, e che provocavano il deficit, e la sicurezza e la stabilità lavorativa, frutto del potere dei sindacati e della contrattazione collettiva, sono stati sostituiti in occidente da crediti e ipoteche, da un terribile indebitamento familiare che ha permesso finora il continuo incremento del consumo, dei prezzi e delle plusvalenze. Così questa è, di nuovo, una crisi degli strumenti predisposti per evitare la crisi di sovrapproduzione. Per questo motivo sono così irreali sia l’attuale insistenza nell’applicare le stesse tesi e misure su cui si basa il modello che attualmente sta crollando, sia il proporre di tornare a un “idilliaco” passato keynesiano, che in parte non è mai esistito e in parte è già fallito. Il tempo delle certezze, comprese quelle su cui era o non era possibile in politica economica, è passato. Siamo ormai entrati in un’epoca dalle molteplici possibilità.

Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=154966&titular=%BFy-si-fuera-una-crisis-de-sobreproducci%F3n?-

Traduzione Andrea Grillo, 23 agosto 2012

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