Contributo del Professor Aragno sul ruolo del fascismo funzionale al capitale, ieri come oggi.


Riportiamo questo interessante contributo del Professor Aragno, le cui riflessioni vanno dal ruolo strutturale del fascismo fino alla crisi che stiamo vivendo. 

“Cari e giovani compagni,

non sarà forse l’intervento che vi attendete, se ancora uno da me ve ne attendete, e me ne scuso. Ho dato un occhio al sito del vostro Collettivo e mi ha colpito molto la data della sua fondazione. Nel 1978 io avevo solo trentadue anni e non avrei mai creduto che, giunto alla vecchiaia, qualcuno dovesse chiedermi un intervento per un presidio antifascista. Tra mille errori e contraddizioni, ero allora convinto che le lotte della mia generazione avrebbero sradicato per sempre dal Paese quella sorta di tumore maligno che storicamente chiamiamo fascismo. Mi sbagliavo evidentemente ed è amaro doverlo riconoscere. Noi non abbiamo sconfitto una volta e per sempre il “fascismo storico”, come credevamo di poter fare, perché ci siamo resi conto solo confusamente e che stavamo combattendo qualcosa che di “storico” non aveva ormai più nulla e che le forze in campo era squilibrate a nostro sfavore, nonostante il vantaggio numerico e le qualità. Eravamo di gran lunga migliori dei nostri avversari per coraggio e decisione. Ci mancavano, però, la conoscenza chiara del nemico e le armi per fronteggiarlo. Avevamo contro una forza dal peso schiacciante. Il fascismo storico era finito probabilmente sui monti della lotta partigiana; era mancata, questo sì, l’epurazione e c’era stata la scelta – un po’ obbligata e un po’ cieca – di una “continuità dello Stato” che aveva garantito la sopravvivenza di personaggi e strutture di potere; era rimasta viva un’idea gerarchica di società e si teneva in piedi, mai veramente toccato, un sistema formativo fatalmente inquinato. Vi basti ricordare che Azzariti, presidente del fascista “Tribunale della razza”, fu chiamato a scrivere da Togliatti la legge sull’epurazione e anni dopo, nel 1955, quando finalmente di insediò la Corte Costituzione, fu chiamato a farvi parte e ne divenne presidente. Un fascista, quindi, valutò la costituzionalità delle leggi emanate dalla repubblica dal 1946. Tutto questo, preso com’era, come fenomeno residuale, sedimento velenoso di una terribile pagina della nostra storia, probabilmente non avrebbe avuto comunque né la vitalità, né la forza per durare e pesare sulla nostra storia e sulla vita delle generazioni che si sono susseguite una dopo l’altra dal 1945 a oggi. Se è accaduto il contrario, se una sorta di rinato fascismo c’è stato e ci sta ancora di fronte, minaccioso e forse più pericoloso di quanto non sia stato il “fascismo dei fasci” è perché quel fascismo noi non ce lo siamo mai veramente spiegato fino in fondo per ciò che veramente è stato. Noi ricordiamo spesso che nacque come una sorta di “rivoluzione preventiva”, come il “male minore” scelto dai ceti dirigenti della “democrazia liberale nell’Italia del primo dopoguerra, dal padronato e dalla finanza, dai fautori del libero mercato e dell’ideologia del profitto, per fronte al male più temuto: la “rivoluzione rossa”, marxista e bolscevica, che si proponeva come modello economico e sociale radicalmente opposto. Più che per un’idea sua propria, quindi, sin dalla nascita, il fascismo si presentò come corpo contundente, arma brutale, in mano al capitale. Gli storici, dai quali spesso occorrerebbe star lontani come da certi medici, hanno poi lavorato di fino per raccontarci la favola crociana della “malattia morale” – e quindi di uno stato patologico e in quanto tale anomalo e “momentaneo” del Paese – o, per rovescio, di una sorta di tara genetica del nostro popolo: il fascismo come autobiografia di una nazione che si è formata senza partecipazione popolare. Un fatto “locale”, comunque, cui si è giunti a riconoscere un iniziale spinta al cambiamento sclerotizzatasi poi in un sistema di potere, un intento persino “rivoluzionario”, un “sovversivismo irregolare”, cui sembrano talora ispirarsi le moderne formazioni che al fascismo si richiamano. Non starò a farvi la lezione sulle interpretazioni del fascismo. Tasca ne colse gli stretti legami col capitalismo ma lo legò a un contesto: il dopoguerra e la crisi economica che ne derivò. Tasca non avrebbe mai pensato che all’inizio di un nuovo millennio si potesse aver a che fare ancora con fascisti che ammazzano in un contesto del tutto diverso. Io credo che per capire e combattere il “fascismo” che torna, occorra dirsi chiaro che è esistito ed esiste un rapporto preciso e diretto tra il coacervo degli interessi del mercato e i “fascismi”, intesi come violenza politica scatenata dalla borghesia in difesa del libero mercato, contro le organizzazioni socialiste e nei momenti di crisi economica. In Italia il punto più alto di questo fenomeno fu forse il fascismo “storico”, in Germania il nazismo, ma voi trovatemi un punto del pianeta in cui dietro una violenta reazione di classe non vi sia l’intervento diretto o indiretto del grande capitale. Franco, Pinochet, i colonnelli in Grecia. L’elenco sarebbe interminabile. Nel dopoguerra, con l’Italia al confine dei due blocchi, il fascismo storico era finito, ma i mandanti, usciti indenni dalla tragedia, e i loro interessi si sposarono naturalmente con le linee guida del Blocco Atlantico. Tutto ciò che di fascista s’era salvato fu riorganizzato clandestinamente e utilizzato ancora una volta a sostegno del capitalismo. Portella della Ginestra le stragi di Stato, l’opera costante dei servizi segreti, che non sono “deviati”, come si dice, ma difendono gli interessi del blocco di potere che ha messo in piedi il fascismo mussoliniano, i golpe che mirano a terrorizzare il Pci, tutto questo opera in piazza e nelle segrete stanze del potere. Non si tratta di manovalanza, come si fa credere. Sono i vertici ad agire, protetti dal segreto di Stato. Non diversamente accade oggi, in una rinnovata e terribile crisi che è economica, ma soprattutto istituzionale. Crisi della democrazia borghese. Stavolta, infatti, paradossalmente il nemico non è il comunismo, che sembra in ginocchio. Stavolta sono i diritti conquistati e forse peggio, stavolta è la stessa democrazia borghese, quella che Monti e compagni mettono apertamente in discussione quando ci spiegano che l’Esecutivo ha il compito di educare il Parlamento. Lottate contro il fascismo, quindi, come state facendo, ma non commettete l’errore di credere che si tratta di un “altro” nemico. La mano che ha ucciso a Firenze è già sporca di molto sangue. E’ la stessa che uccideva negli anni della mia giovinezza, quella contro la quale combattono da sempre le classi subalterne. Dietro i “neofascisti”, gente che non vale un centesimo bucato, ci sono, come sempre, il padronato, la finanza e gli apparati del potere. Senza il mondo oscuro e potente che li protegge, questi miserabili non esisterebbero. E’ quel mondo che va combattuto. E voi lo state facendo.

Ecco. Qui mi fermo e non ci torno sopra. Non è molto, lo so, ma non sempre siamo padroni del nostro tempo e delle nostre emozioni. Perdonate, perciò, la pochezza, il ritardo e la fretta. Si dà quel che si può.

Giuseppe Aragno”

RILANCIAMO CON FORZA L’APPUNTAMENTO DI OGGI: ORE 17.00 PRESIDIO IN PIAZZA DALMAZIA, ORE 18:00 CORTEO PER LE STRADE DELLA CITTÀ.

L’ANTIFASCISMO NON SI DELEGA, CHIUDERE I COVI NERI SUBITO!

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