ASSEMBLEA CONTRO I TAGLI

Dopo la contestazione del
16 febbraio, che ha dato inizio alla lotta contro la chiusura del
sabato, l’ennesimo taglio ai servizi e le riduzioni d’orario ed i
licenziamenti, è necessario rivedersi per fare un bilancio della
situazione e ripartire con la lotta.

ASSEMBLEA MARTEDI’ 3
MARZO ALLE ORE 21.00 PRESSO LA SALA CINEMA DELLA CASA DELLO STUDENTE
IN VIALE MORGAGNI. STUDENTI, RICERCATORI, DOTTORANDI  E LAVORATORI
SONO INVITATI A PARTECIPARE.

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UN C’E’ NULLA DA INAUGURARE!!!

Lunedì 16 in Palazzo
Vecchio si terrà l’inaugurazione dell’anno accademico, ma c’è ben
poco da festeggiare…

1. chiusura, il sabato,
di sedi e biblioteche universitarie. L’unico giorno non lavorativo
l’università non potrà essere utilizzata da studenti, dottorandi e
ricercatori per le loro attività di studio e di ricerca;

2. taglio di ore e posti
di lavoro. Licenziamento di numerosi lavoratori precari
tecnico-amministrativi ed in appalto; il processo di privatizzazione
già in atto rende i lavoratori sempre più precari e ricattabili.

PRESIDIO LUNEDì 16 h:10.00 IN PIAZZA DELLA SIGNORIA

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SOLIDARIETA’ AI COMPAGNI SOTTO PROCESSO!

Disinformazione,
repressione poliziesca… sono solo alcuni degli strumenti con quali
si tenta di abbassare la voce a chi da più di 60 anni si batte
contro l’oppressione, l’arroganza dello stato di Israele nei
confronti del popolo palestinese, a chi tenta di dare voce a chi non
ha voce, a chi è attento ad ascoltare chi lotta ogni giorno
rischiando la vita, a muoversi con chi ci invita a colpire
l’imperialismo di casa nostra per alleggerire il suo peso, bloccando
i rifornimenti di armi, boicottando gli accordi economici dei nostri
Stati con Israele, la ricerca scientifica delle nostre università
che rinforza l’esercito sionista. Prosegui la lettura »

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La solidarietà non si processa: Gaza Resiste!!!!

LA
SOLIDARIETA’ NON SI PROCESSA: GAZA RESISTE!

Il
22 Febbraio 2005 fu organizzata dall’ Università di Firenze
una lezione sulle “prospettive di pace in Medioriente” tenuta dal
prof. Mannoni e dall’allora ambasciatore di Israele Ehud Gol.
Alcuni studenti, tra cui anche i militanti del Collettivo Politico di
Scienze Politiche, interruppero di fatto lo svolgimento dell’incontro
contestando quella che non era altro che una passerella
propagandistica per il rappresentante di uno stato che da 60 anni,
noncurante del diritto internazionale, occupa, segrega ed affama il
popolo palestinese. Il Rettore fece intervenire immediatamente la
Digos, che ristabilì prontamente l’ordine nell’aula. Ne
scaturirono denunce a 10 compagni, di cui 7 ancora sotto processo.

Riteniamo
che si tratti dell’ennesimo grave atto di repressione nei confronti
di chi si ostina a denunciare con ogni mezzo le infamità che
ogni giorno vengono perpetrate da Israele ai danni del popolo
palestinese ( e l’operazione “Piombo fuso” ne è l’ultima
dimostrazione ). Fatto ancor più grave in quanto avvenuto
all’interno dell’università, luogo che per definizione
dovrebbe essere sede di confronto e critica, anziché di
propaganda politica e repressione poliziesca. L’ università
ricopre infatti un ruolo strategico in due sensi: in primo luogo
nell’ambito degli accordi di cooperazione militare e di
intelligence tra Italia e Israele ( si vedano i progetti di
collaborazione tra università di Trento e quella di Haifa ),
dall’altra agisce come strumento della falsificazione storica e
della diffusione di modelli di pensiero tendenti all’equidistanza
tra le parti, nel migliore dei casi, o al cieco sostegno a Israele,
nella maggioranza di essi. Diventa pertanto impossibile permettere
ogni forma di dissenso anche in questa sede.

L’ultima
sanguinosa aggressione sionista contro la Striscia di Gaza ha
prodotto più di 1300 morti e 5000 feriti: prima raid aerei e
bombardamenti che hanno colpito un milione e mezzo di persone già
stremate dal lungo embargo che da mesi impedisce l’arrivo di cibo,
medicinali e carburante, poi l’attacco di terra con i tank. Israele
non si è fermata davanti a nulla: ha colpito scuole, ospedali,
moschee, persino le abitazioni dove aveva fatto radunare le famiglie.
Parla di doversi “difendere” dal lancio dei razzi, ma non dice
che l’ONU prevede il diritto alla resistenza di un popolo sotto
assedio, “dimentica” i dati del suo stesso Ministero (che conta,
nel periodo 2001-2008, 23 vittime israeliane causate dai lanci, a
fronte di circa 4.000 palestinesi uccisi, fra cui quasi un migliaio
di bambini), usa armi non convenzionali, non rispetta nessuna
tregua… All’interno, poi, la teocrazia israeliana si vanta di
essere “democratica”, ma manganella e arresta le migliaia di
arabi e israeliani scesi a manifestare nelle sue strade, e condanna a
30 anni di prigione Sa’adat, leader del Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina, riconoscendolo colpevole di militare per
un’organizzazione laica, democratica, antimperialista, di non chinare
il capo di fronte al quotidiano massacro della sua gente.

Nonostante
la situazione insostenibile, avendo contro l’imperialismo degli USA,
dell’UE, i corrotti regimi arabi, i mass media occidentali, il popolo
palestinese continua a resistere. E ci invita a sostenerlo, a far
sentire sempre più forte la nostra voce, a scendere in piazza,
a mobilitare l’opinione pubblica, a fare pressione sul nostro
governo. Davanti a una tale carneficina non possiamo essere
“equidistanti”! Per tutti questi motivi riteniamo necessario
ancora una volta ribadire il nostro incondizionato sostegno al popolo
palestinese e a tutti coloro che si vedono processati per aver dato
loro voce.

PER UNA PALESTINA
UNITA, LIBERA E ROSSA!

SOLIDARIETA’ AI
COMPAGNI SOTTO PROCESSO!

PRESIDIO PUBBLICO DI
SOLIDARIETA’

29
GENNAIO ore 10,30 PIAZZA SAN FIRENZE

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La solidarietà non si processa: Gaza Resiste!!!!

LA
SOLIDARIETA’ NON SI PROCESSA: GAZA RESISTE!

Il
22 Febbraio 2005 fu organizzata dall’ Università di Firenze
una lezione sulle “prospettive di pace in Medioriente” tenuta dal
prof. Mannoni e dall’allora ambasciatore di Israele Ehud Gol.
Alcuni studenti, tra cui anche i militanti del Collettivo Politico di
Scienze Politiche, interruppero di fatto lo svolgimento dell’incontro
contestando quella che non era altro che una passerella
propagandistica per il rappresentante di uno stato che da 60 anni,
noncurante del diritto internazionale, occupa, segrega ed affama il
popolo palestinese. Il Rettore fece intervenire immediatamente la
Digos, che ristabilì prontamente l’ordine nell’aula. Ne
scaturirono denunce a 10 compagni, di cui 7 ancora sotto processo.

Riteniamo
che si tratti dell’ennesimo grave atto di repressione nei confronti
di chi si ostina a denunciare con ogni mezzo le infamità che
ogni giorno vengono perpetrate da Israele ai danni del popolo
palestinese ( e l’operazione “Piombo fuso” ne è l’ultima
dimostrazione ). Fatto ancor più grave in quanto avvenuto
all’interno dell’università, luogo che per definizione
dovrebbe essere sede di confronto e critica, anziché di
propaganda politica e repressione poliziesca. L’ università
ricopre infatti un ruolo strategico in due sensi: in primo luogo
nell’ambito degli accordi di cooperazione militare e di
intelligence tra Italia e Israele ( si vedano i progetti di
collaborazione tra università di Trento e quella di Haifa ),
dall’altra agisce come strumento della falsificazione storica e
della diffusione di modelli di pensiero tendenti all’equidistanza
tra le parti, nel migliore dei casi, o al cieco sostegno a Israele,
nella maggioranza di essi. Diventa pertanto impossibile permettere
ogni forma di dissenso anche in questa sede.

L’ultima
sanguinosa aggressione sionista contro la Striscia di Gaza ha
prodotto più di 1300 morti e 5000 feriti: prima raid aerei e
bombardamenti che hanno colpito un milione e mezzo di persone già
stremate dal lungo embargo che da mesi impedisce l’arrivo di cibo,
medicinali e carburante, poi l’attacco di terra con i tank. Israele
non si è fermata davanti a nulla: ha colpito scuole, ospedali,
moschee, persino le abitazioni dove aveva fatto radunare le famiglie.
Parla di doversi “difendere” dal lancio dei razzi, ma non dice
che l’ONU prevede il diritto alla resistenza di un popolo sotto
assedio, “dimentica” i dati del suo stesso Ministero (che conta,
nel periodo 2001-2008, 23 vittime israeliane causate dai lanci, a
fronte di circa 4.000 palestinesi uccisi, fra cui quasi un migliaio
di bambini), usa armi non convenzionali, non rispetta nessuna
tregua… All’interno, poi, la teocrazia israeliana si vanta di
essere “democratica”, ma manganella e arresta le migliaia di
arabi e israeliani scesi a manifestare nelle sue strade, e condanna a
30 anni di prigione Sa’adat, leader del Fronte Popolare per la
Liberazione della Palestina, riconoscendolo colpevole di militare per
un’organizzazione laica, democratica, antimperialista, di non chinare
il capo di fronte al quotidiano massacro della sua gente.

Nonostante
la situazione insostenibile, avendo contro l’imperialismo degli USA,
dell’UE, i corrotti regimi arabi, i mass media occidentali, il popolo
palestinese continua a resistere. E ci invita a sostenerlo, a far
sentire sempre più forte la nostra voce, a scendere in piazza,
a mobilitare l’opinione pubblica, a fare pressione sul nostro
governo. Davanti a una tale carneficina non possiamo essere
“equidistanti”! Per tutti questi motivi riteniamo necessario
ancora una volta ribadire il nostro incondizionato sostegno al popolo
palestinese e a tutti coloro che si vedono processati per aver dato
loro voce.

PER UNA PALESTINA
UNITA, LIBERA E ROSSA!

SOLIDARIETA’ AI
COMPAGNI SOTTO PROCESSO!

PRESIDIO PUBBLICO DI
SOLIDARIETA’

29
GENNAIO ore 10,30 PIAZZA SAN FIRENZE

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roma 17 gennaio

manif palestina roma

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AL FIANCO DELLA RESISTENZA PALESTINESE

SABATO 17 GENNAIO – ROMA
MANIFESTAZIONE NAZIONALE

PER LA PALESTINA 

vedi Palestina_Rednet.pdf

 

 Dal 27 dicembre va avanti la sanguinosa aggressione sionista contro la
Striscia di Gaza: prima raid aerei e bombardamenti che hanno colpito un
milione e mezzo di persone già stremate dal lungo embargo che da mesi
impedisce l’arrivo di cibo, medicinali e carburante, poi l’attacco di terra
con i tank. Israele non si è fermata davanti a nulla: ha colpito scuole,
ospedali, moschee, persino le abitazioni dove aveva fatto radunare le
famiglie… La Croce Rossa ha parlato di “crisi umanitaria totale”. Si
tratta in realtà di una mattanza: oltre 900 morti (fra questi circa 300
bambini e un centinaio di donne), e quasi 4.000 feriti!
Nel lager a cielo aperto di Gaza, il dolore è senza fine. Ancora scioccata
dalla guerra in Libano del 2006, Israele non pone più obbiettivi alla sua
azione. Parla di doversi “difendere” dal lancio dei razzi, ma non dice
che l’ONU prevede il diritto alla resistenza di un popolo sotto assedio,
“dimentica” i dati del suo stesso Ministero (che conta, nel periodo
2001-2008, 23 vittime israeliane causate dai lanci, a fronte di circa 4.000
palestinesi uccisi, fra cui quasi un migliaio di bambini), usa armi non
convenzionali, non rispetta nessuna tregua… Quindi ammette di voler
rovesciare i “terroristi” di Hamas, democraticamente votati dal 65% dei
palestinesi in libere elezioni. All’interno, poi, la teocrazia israeliana
si vanta di essere “democratica”, ma manganella e arresta le migliaia
di arabi e israeliani scesi a manifestare nelle sue strade, e condanna a 30
anni di prigione Sa’adat, leader del Fronte Popolare per la Liberazione
della Palestina, riconoscendolo colpevole di militare per un’organizzazione
laica, democratica, antimperialista, di non chinare il capo di fronte al
quotidiano massacro della sua gente.
Parallelamente, nelle nostre città, la repressione dei governi
filo-israeliani ( di destra o “sinistra” che siano ) si abbatte su
chiunque osi dissentire sulla politica criminale dello Stato di Israele.
Proprio in questi giorni sarà pronunciata la sentenza del processo contro
7 compagni del Collettivo Politico di Scienze Politiche di Firenze,
imputati per aver contestato nel 2005 l’allora ambasciatore di Israele
Ehud Gol invitato all’università per tenere una “lezione sulle
prospettive di pace in Medioriente”.
In una situazione impossibile, avendo contro l’imperialismo degli USA,
dell’UE, i corrotti regimi arabi, i mass media occidentali, il popolo
palestinese continua a resistere. E ci invita a sostenerlo, a far sentire
sempre più forte la nostra voce, a scendere in piazza, a mobilitare
l’opinione pubblica, a fare pressione sul nostro governo. Davanti a una
tale carneficina non possiamo essere “equidistanti”! La lotta del
popolo palestinese è la nostra lotta!


FERMIAMO L’AGGRESSIONE ISRAELIANA!
PER UNA PALESTINA UNITA, LIBERA E ROSSA!

SOLIDARIETA’ AI COMPAGNI SOTTO PROCESSO!


LIBERTA’ PER SA’ADAT!

 

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Raccogliamo l’appello della Comunità Palestinese Toscana ed invitiamo tutti i compagni e le compagne toscane per una grande MANIFESTAZIONE REGIONALE SABATO 10 GENNAIO ORE 15.30 PIAZZA SAN MARCO


La Guerra di Israele contro un intero popolo 7 giorni di bombardamenti da
guerra con 60 F16 e decine di elicotteri Apache che scaricano tonnellate di
bombe contro il territorio più densamente popolato al mondo. Dopo
l’attacco dal cielo, l’invasione terrestre. Oltre 650 morti e migliaia
di feriti, cui è impossibile anche fornire le cure necessarie. Tg e media,
governi occidentali parlano di guerra contro Hamas e di rappresaglia;
condannano l’uso sproporzionato della forza e si indignano per i troppi
morti civili palestinesi a fronte di pochi morti israeliani. Ma quale
guerra contro Hamas, quale rappresaglia!!!! Un attacco di uno degli stati
più potenti al mondo militarmente contro i diritti di un intero popolo; un
attacco preparato da mesi e che proseguirà via terra per giorni; preparato
durante una tregua in cui il governo israeliano ha fatto di tutto per
perpetuare l’isolamento e la miseria di Gaza, per sconfiggere la resistenza
palestinese, mantenendo l’embargo alla fornitura di elettricità, materiale
sanitario e beni primari, continuando a stringere Gaza in un assedio
criminale. Un attacco che mira a rafforzare sul piano militare la politica
di genocidio, apartheid, di distruzione totale delle legittime aspirazioni
alla libertà del popolo palestinese. Un attacco che vuole influire nelle
prossime lezioni israeliane del febbraio 2009. Un attacco che mira ad
alzare la tensione in Medio Oriente, per far pesare ancor di più a governi
e media occidentali l’importanza della democratica Israele contro i
cattivissimi iraniani, libanesi, arabi……. Altro che rappresaglia o
rottura della tregua!!!! Da parte nostra crediamo importante denunciare con
forza le relazioni economiche e militari dell’Europa e dell’Italia con lo
stato israeliano ed il Trattato militare segreto di cooperazione tra Italia
ed Israele. Denunciare con chiarezza il finanziamento al Progetto SAVING
CHILDREN, attraverso il quale la Regione Toscana finanzia il Centro Peres,
proprio quello del presidente israeliano in prima fila nei massacri.
Attraverso questo progetto 1 milione e centomila € sono andati nelle
strutture sanitarie israeliane per………….curare i bambini
palestinesi, proprio quelli che Peres sta bombardando. Si legittima così
di fatto la dipendenza del popolo palestinese dalle elemosina israeliane e
non viene d’altra parte rafforzata la sanità palestinese. Oltre al danno
la beffa. E tutto questo con i nostri soldi per fare uno spot pubblicitario
per Israele e per l’assessore Toschi. In questi giorni altri 100.000 €,
inizialmente destinati per Gaza, sono stati girati invece al Centro Peres,
continuando nel vergognoso comportamento che vede preferire la propaganda e
la mistificazione alla giustizia. Ben altri sarebbero gli aiuti e le
relazioni da costruire.

 

Raccogliamo l’appello della Comunità Palestinese Toscana ed invitiamo
tutti i compagni e le compagne toscane per una grande MANIFESTAZIONE
REGIONALE SABATO 10 GENNAIO ORE 15.30 PIAZZA SAN MARCO

 


Sabato 10 gennaio dalle 21.00 al Cpa Fi sud in via Villamagna 27/a Serata
di finanziamento per la Palestina con cena e concerto

Sabato 17 gennaio manifestazione nazionale a Roma – per info 0556580479


Centro Popolare Autogestito Firenze sud


Cantiere Sociale K100 Fuegos

Collettivo Politico Scienze Politiche

Rete dei Collettivi Studenteschi fiorentini

 

 

APPELLO DELLA COMUNITA’ PALESTINESE IN TOSCANA

Ancora una volta la barbarie sionista si scatena violenta e omicida sul
popolo palestinese. Quello che sta avvenendo in queste ore a Gaza è
l’ulteriore conferma che il governo israeliano non ha in mente altro
progetto che la distruzione fisica del popolo palestinese, applicando il
peggior metodo terroristico, cioè quello dell’aggressione della
popolazione civile con l’intento di espellerla definitivamente dalla
propria terra o di ridurla ad una condizione di totale asservimento, quasi
fosse in schiavitù. . A nessun Paese al mondo sarebbe permesso fare quello
è consentito ad Israele: assediare, strangolare un’intera regione della
Palestina, affamare la sua popolazione, impedirle di ricevere cure
adeguate, di lavorare e studiare; massacrandola come sta facendo proprio in
questi giorni; reprimendola senza interruzione alcuna da oltre
sessant’anni, approfittando di ogni minima inevitabile reazione alla
violenza subita. Subito dopo le prime elezioni democratiche in Palestina,
Israele si scontrò con la reale espressione della volontà del popolo e
con la sua incrollabile decisione di difendere i propri diritti storici
legati alla sovranità inalienabile sulla propria terra. Venne imposto
l’embargo nei confronti del legittimo governo costituitosi e, con il
consenso internazionale, si sviluppò il tentativo di strangolare sul
nascere la volontà del popolo palestinese, cercando di annullare
quell’inizio di democrazia che non avrebbe avuto bisogno di bombardamenti
per poter essere implementata. Da quel momento, la chiusura della Striscia
di Gaza divenne sempre più ermetica e feroce, nel tentativo di soffocare
nella fame e nella disperazione sia la volontà popolare che ogni speranza
di giustizia. Quando nel giugno scorso con la mediazione egiziana il
movimento di resistenza di Gaza accettò una tregua unilaterale di sei
mesi, le condizioni fissate erano state chiare: non ci sarebbero più state
azioni ostili nei confronti del territorio israeliano in cambio della
riapertura di Gaza, della sospensione dei bombardamenti e delle azioni
"mirate" contro singoli esponenti palestinesi. Tali condizioni non vennero
però rispettate: nei sei mesi successivi all’inizio della tregua fino al
19 dicembre scorso vennero assassinati 49 palestinesi (41 erano civili
disarmati, sette erano minorenni, due anziani). Alla Striscia venne imposta
una chiusura totale, venne a mancare di tutto, dall’energia elettrica alla
farina e, fatto ancor più grave, persino l’acqua potabile. In tali
condizioni il movimento di resistenza annunciò l’impossibilità di
prorogare una tregua che era stata osservata solo dalla parte palestinese e
ripresero azioni, più che altro "dimostrative", contro il sud di Israele.
L’intervento militare israeliano, dopo aver rovesciato artificiosamente
le responsabilità sulla interruzione della tregua, è stato di disumana
violenza. Al momento, il numero dei palestinesi uccisi è di oltre 600, con
oltre 3000 feriti, molti dei quali non hanno alcuna possibilità di
sopravvivenza, mentre Israele sostiene impunemente che "l’offensiva
continuerà". La Comunità Palestinese in Toscana sta assistendo attonita e
addolorata a tanto scempio di vite umane e chiede a gran voce che il
governo italiano intervenga direttamente presso Israele e nelle sedi
internazionali opportune per chiedere l’immediata cessazione delle azioni
militari criminali in corso contro la popolazione palestinese ovunque e in
particolare nei Territori della Striscia di Gaza.

COMUNITA’ PALESTINESE IN TOSCANA

SABATO 10 GENNAIO MANIFESTAZIONE REGIONALE FIRENZE ORE 16.00 PIAZZA SAN
MARCO 

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DOCUMENTO POLITICO DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE

Il 13 e 14 dicembre 2008 si è tenuta all’Università di Tor Vergata un’assemblea nazionale di movimento, nata da un’esigenza largamente condivisa da quei singoli e realtà politiche che hanno attivamente preso parte, in questi mesi, alle proteste contro la legge 133 e contro tutte le misure governative in materia di Scuola, Università e Ricerca.
Dopo una prima fase di mobilitazione, in cui l’agitazione spontanea è stata predominante, si sono infatti cominciate a definire le rivendicazioni e a costruire le piattaforme politiche, entrando nel merito delle tante questioni aperte dal movimento. In questa seconda fase ci siamo resi conto che, condividendo punti di vista e prospettive, era necessario socializzare i percorsi di lotta e le analisi politiche maturate negli ultimi mesi e negli anni precedenti. Naturalmente quest’assemblea non ha rappresentato che un primo passaggio, necessario ma non sufficiente: quello conseguente è lavorare insieme per incidere in maniera efficace sul tessuto sociale e sulla realtà quotidiana.

La due giorni di intensi dibattiti si è articolata in due momenti di confronto assembleari sull’autorganizzazione, e in due tavoli di lavoro plenari, che hanno affrontato il rapporto fra “Scuola e Università, Capitale e Lavoro” e fra “Università e movimenti sociali”. La prima necessità dell’assemblea è stata infatti quella di fare il punto sulle varie esperienze di mobilitazione, e di portare avanti l’analisi teorica in modo da strutturare meglio le proprie pratiche.
Non è quindi un caso che il perno della discussione in tutte le assemblee sia stata la lettura della crisi economico-finanziaria. Differentemente da tutti quelli che hanno sprecato fiumi di inchiostro sostenendo che la “crisi” è solo “crisi della finanza”, noi siamo convinti della necessità di ribadire che si tratta sì di crisi, ma di una crisi di accumulazione capitalistica che viviamo da almeno trent’anni, e di cui la recente deflagrazione finanziaria è soltanto l’ultimo, violento, momento di svolta. I meccanismi di speculazione e indebitamento, che oggi vediamo crollare, non sono infatti il prodotto di alcune “mele marce”, ma una delle strade battute a partire dagli anni ’70 per sopperire alle difficoltà di valorizzazione dei capitali. Mettere in discussione il capitalismo significa quindi prima di tutto chiarire che non può esistere un lato ‘buono’ di un sistema fondato su sfruttamento ed oppressione: finanza ed economia reale sono due aspetti dello stesso modo di produzione. Condannare il capitalismo rapace degli speculatori e delle banche, lasciando intendere che ve ne sia uno buono da difendere, o uno “sostenibile”, significa mistificare la realtà, e cedere le proprie armi critiche al nemico.

Per tentare di uscire da questa crisi di accumulazione, il capitale ha messo in campo diverse strategie: oltre alla finanziarizzazione e al controllo dei fondi e delle politiche monetarie attraverso organizzazioni transnazionali, è ricorso anche alla guerra globale e allo sfruttamento massiccio dei paesi del Sud del mondo (sia delocalizzando lì la produzione, sia abusando delle ingenti risorse naturali di quei territori). I governi e gli imprenditori, con la collaborazione di finte opposizioni politiche e il ruolo attivo dei sindacati concertativi, hanno poi attaccato direttamente le condizioni di vita delle classi subalterne. Hanno tentato di ridisegnare tutta la società, modificando alcuni aspetti fondamentali della sua organizzazione: il ruolo dello Stato, il mercato del lavoro, il sistema pensionistico, la sanità, i trasporti, incentivando lo scempio ambientale e la privatizzazione di risorse quali l’acqua e l’aria. In questo modo hanno limitato e depotenziato la conflittualità sociale, aperto incessantemente nuovi spazi di mercato, suscitato ad arte nuovi, redditizi bisogni.

In questo vasto processo di precarizzazione e sfrenata mercificazione, l’istruzione e la ricerca non sono state risparmiate, ma riformate rispondendo all’esigenza di costruzione di un’economia basata sulla conoscenza. È per costruire uno Spazio Europeo dell’Educazione Superiore e della Ricerca (funzionale, insieme all’Esercito europeo, all’aspra competizione sullo scenario mondiale) che i governi dei paesi membri dell’UE stanno armonizzando i sistemi di istruzione, portando avanti, pressoché ovunque, “riforme” di stampo neoliberista (si pensi alla Francia, alla Spagna, alla Grecia). Indagare le connessioni che esistono tra il sistema formativo, il quadro economico generale e le ristrutturazioni che avvengono a livello europeo ci ha permesso di comprendere in che modo i meccanismi di selezione di classe e di disciplinamento si sono evoluti e si evolvono, proprio a partire da scuole ed università.

Da questo punto di vista, l’introduzione del 3+2, di stage e tirocini obbligatori durante il corso di studi, del sistema dei crediti formativi (CFU), il nuovo ruolo dei privati negli atenei, il life-long learning, lo smantellamento di ciò che resta del diritto allo studio (mense, residenze, borse di studio), sono solo alcuni degli elementi concreti emersi durante la discussione assembleare.

Il credito formativo è stato uno dei punti dirimenti del confronto: la posizione “suggerita” dai report della Sapienza (workshop del 15 novembre), ovvero l’abolizione del sistema dei CFU attraverso un loro “inflazionamento”, è stata messa duramente in discussione. Il credito è definito come la misura del volume di lavoro di apprendimento, compreso lo studio individuale, richiesto ad uno studente in possesso di adeguata preparazione iniziale per l’acquisizione di conoscenze ed abilità nelle attività formative previste dagli ordinamenti didattici dei corsi di studio (cfr. Decreto Ministeriale, 3 nov. 1999, n. 509). Non è altro che una misurazione matematica del tempo di apprendimento (e non della conoscenza) che ha contribuito all’ulteriore dequalificazione della didattica. Esso racchiude la somma di lavoro che va dalla didattica frontale (apprendimento formale), allo studio a casa, fino all’acquisizione di skill e dispositivi pratici sui luoghi di lavoro (apprendimento informale). Non importa dunque l’acquisizione di un metodo, o una complessiva crescita culturale e personale, ma solo il riempimento di tempo “vuoto” con una serie di nozioni parcellizzate. Se dunque da una parte il credito formativo spinge ulteriormente in avanti il processo di mercificazione dei saperi (si pensi anche alle vergognose convenzioni con corporazioni di ogni tipo che le Università hanno sottoscritto per fare cassa, rese possibili proprio dall’introduzione del CFU), dall’altro contribuisce a creare uno standard comune di accesso al mercato del lavoro a livello europeo.

Così, l’ipotesi di “inflazionamento” dei CFU è paradossale e segna un arretramento delle nostre lotte: si dice di criticare il contenuto, ma non si tocca il contenitore. Piuttosto si collabora e legittima il sistema dei crediti, gli si conferisce credibilità presso gli studenti, e si portano, già nella fase della formazione, logiche baronali e di cooptazione, attraverso lo sviluppo di rapporti privilegiati con i docenti e con le autorità accademiche che devono riconoscere il “controcorso” (e che non hanno troppi problemi a farlo, visto che nel quadro di un assoggettamento totale dei percorsi curriculari alle esigenze del capitale, viene prevista quest’irrisoria valvola di sfogo: già la legge Ruberti del 1990 prevedeva attività formative autogestite dagli studenti; Zecchino consente poi che una piccolissima percentuale dei crediti formativi sia riservata ad attività formative autonomamente scelte dallo studente – cfr. stesso Decreto Ministeriale). L’autoformazione con i crediti è così perfettamente compatibile con le esigenze dei poteri accademici e economici, non li scalfisce, ma anzi li rafforza, svolgendo la funzione di moderare le lotte.
L’unica posizione possibile e necessaria è quella di lottare senza ambiguità per l’abrogazione del sistema dei crediti, portando avanti iniziative culturali, incontri, dibattiti davvero autogestiti e orientati in modo antagonista; non facendo tesoro di qualche “lezione” calata da professori o da ricercatori in cerca di visibilità, ma del confronto orizzontale fra i soggetti mobilitati e con soggetti esterni alle università, come lavoratori, migranti, realtà di movimento. Non si tratta insomma di rinchiudersi nelle aule privilegiate del “sapere”, ma di rendere l’Università un luogo di transito per le lotte aperte nelle metropoli e nei territori. Perché l’università non è degli studenti, è, o dovrebbe essere, di tutti, al servizio della collettività.

Bisogna quindi anche mettere in questione tutte quelle proposte volte a sgravare lo Stato dagli oneri del sistema formativo. Si pensi alla spinta pubblicitaria verso i prestiti d’onore, che mirano a far acquistare allo studente il proprio “pacchetto formativo”. Viene caldamente “proposto” allo studente di indebitarsi, per avere la speranza che con la laurea trovi un lavoro ben remunerato, che possa estinguere il debito contratto nei confronti del finanziatore (che può essere una banca, ma anche un’azienda alla quale ci si lega fideisticamente). Così è lo studente che investe su se stesso, con buone prospettive di finire doppiamente ricattato: dal padrone a lavoro e dal “finanziatore” del prestito d’onore. Un tale sistema (proprio come quello dei mutui “drogati”) è in crisi persino negli stessi paesi dove è più radicato, e ha come principali conseguenze l’esclusione sociale, la ricattabilità dello studente, il suo indottrinamento forzato, la spinta a una competizione feroce con i suoi compagni.

Anche i tentativi di abolizione del valore legale del titolo di studio, supportati non a caso da grandi multinazionali, vanno in questo senso. In generale l’obbiettivo del capitale è quello di costruire da un lato un’Università di massa adeguatamente dequalificata, dove si sfornano lavoratori a basso costo, esposti alla precarietà, costretti a cicli di formazione continua e a pagamento (master, corsi di specializzazione etc), che possano rappresentare un “esercito di disoccupati” disperati e in competizione fra loro, e dall’altro lato di creare invece pochi luoghi di formazione altamente selettivi in cui si forma la classe dirigente solidale alle sue esigenze. Da questo punto di vista l’“emergenza”, lo “spreco” e la “meritocrazia” sono i paraventi ideologici con cui si cerca di veicolare riforme che in effetti rafforzano proprio l’arbitrio baronale e la dequalificazione dell’Università pubblica.

Per questo motivo un altro punto cruciale sul quale si è concentrata l’attenzione del movimento è quello della trasformazione delle università in fondazioni di diritto privato. Una tale possibilità, che per molti atenei diventerà obbligo, comporterà da una parte che l’ingresso dei privati nei dipartimenti diventerà sempre più stabile, dall’altra che quei corsi di laurea che non rispondono a “criteri di produttività” verranno tagliati limitando inevitabilmente la libertà di studio nonché quella di insegnamento e ricerca. In generale, la trasformazione delle università in fondazioni, che è l’estremo effetto della privatizzazione (non si incide più con riforme curriculari o con una generica collaborazione con soggetti privati, ma tagliando nettamente i fondi, e costringendo dunque gli atenei a immettere al loro interno le uniche realtà capaci di erogare liquidità), non farà che aumentare le molteplici contraddizioni in cui l’università è inserita. Contraddizioni articolate su più livelli: fra logiche baronali e politico-clientelari; fra le diverse cordate d’interesse; fra il personale tecnico amministrativo e le dirigenze accademiche; fra le masse sempre più numerose di studenti esclusi dai livelli più alti della formazione e i meccanismi sempre più rigidi di selezione, repressione e controllo; fra le aspettative professionali degli studenti che completeranno il proprio percorso di studi e la loro crescente dequalificazione; fra i capitali stessi, in competizione per assicurarsi corsi di laurea favorevoli e “prestazioni d’opera vantaggiose”; fra Dipartimenti Atenei, Centri di ricerca, in opposizione, contro il buon senso e le pratiche di condivisione in uso fino a qualche decennio fa nella ricerca pubblica, per la registrazione di un brevetto o per accaparrarsi una fetta più grande di finanziamenti.

In questo quadro gli stage ed i tirocini sono un altro aspetto del riassetto dell’istruzione tutta, in funzione del mercato: acquisire conoscenze, attraverso la pratica sul posto di lavoro, è considerato formativo per gli studenti fin dalle scuole medie superiori. Ancora una volta, viene cancellata persino la parvenza di una cultura critica e slegata da logiche aziendalistiche: se da un lato parliamo di prestazioni di lavoro gratuite che permettono, in molti casi, di abbassare i costi per il personale di università e aziende non assumendo per gli incarichi coperti da stagisti, dall’altro il costo della formazione dei soggetti in ingresso (prima integralmente a carico dei privati) viene scaricato sulla collettività.
Stage e tirocini si delineano, quindi, come ulteriore ricatto per i lavoratori, in una fase in cui aumenta giorno dopo giorno il numero dei disoccupati, dei cassa-integrati e dei licenziati e in cui peggiorano visibilmente le condizioni di lavoro dello stesso personale nelle scuole e nelle università: si pensi all’esternalizzazione dei servizi, delle mense, delle biblioteche, che vengono affidate a imprese appaltatrici o subappaltatrici le quali non applicano ai lavoratori nemmeno le poche tutele tradizionali, e su cui il pubblico non ha più alcun controllo (con conseguente aumento del costo dei servizi e diminuzione della qualità).

Alla questione della mercificazione dei saperi è strettamente legato il modo in cui si configurano la didattica ed i suoi tempi nelle nostre aule: il voto, la lezione frontale, i ritmi serrati delle lezioni, sono strumenti che non permettono la fruizione di una cultura che possa realmente formare soggetti critici, ma contribuiscono a riprodurre l’ideologia dominante di cui l’università si fa portatrice. È per questo che non ci si può richiamare a cuor leggero al Trattato di Lisbona o alla Carta europea della Ricerca: questi sono piani per la costruzione di una ricerca funzionale allo sviluppo capitalistico ed a essa subordinata, non certo per lo sviluppo di un sapere libero.

Da questo punto di vista è importante ribadire come per “ricerca pubblica” non si intenda una ricerca genericamente finanziata dallo Stato e non dai privati, ma una ricerca che sia a beneficio della società. Una tale ricerca implica un cambiamento radicale della nostra società, della sua organizzazione politica e sociale. Oggi, anche laddove i fondi sono pubblici, la ricerca ha preso strade che devono assolutamente essere contestate. Sono infatti pesanti le responsabilità del mondo accademico nel prestarsi a fornitore di servizi per l’industria bellica, finendo per essere un utile strumento al servizio delle politiche imperialiste di guerra. E ancora, didattica e ricerca vengono oggi finalizzate allo sviluppo di prodotti farmaceutici, chimici, informatici, che saranno poi brevettati da quelle stesse aziende che ne ricaveranno profitti. Nel campo delle scienze umane questo vuol dire sviluppare sistemi di analisi e controllo, tecniche di promozione pubblicitaria, funzionali all’integrazione, alla spettacolarizzazione, al disciplinamento di vasti settori sociali potenzialmente conflittuali. Nel campo storico-letterario i condizionamenti dei fondi nazionali ed europei permettono una riscrittura della storia e della cultura a vantaggio delle esigenze attuali della classe dominante.

Per quanto riguarda il ruolo nella lotta dei dottorandi e dei ricercatori, soggetti chiamati in causa in prima persona in questo processo di ristrutturazione dell’Università e dello stato sociale, è per loro naturale, o dovrebbe esserlo, trovarsi alleati agli studenti. Come questi ultimi, essi subiscono una selezione di classe, che lascia a pochi la possibilità di andare avanti negli studi e di permettersi lunghe “attese”; per di più essi soffrono anche quei meccanismi di cooptazione e baronato che limitano la libertà della ricerca, ancor più minata dall’ingresso dei privati, con la possibilità (non remota e già presente in alcune facoltà scientifiche) che si ricerchi direttamente su commissione.
È per questo complesso di motivi che non si può parlare di “centralità del capitale cognitivo” o di funzione trainante dell’Università all’interno delle lotte. Non bisogna lasciarsi ingannare da formule demagogiche: da un lato bisogna riconoscere che il lavoro cosiddetto manuale non ha avuto né il tempo né l’agio di sviluppare teorie sulla sua centralità, anzi, è stato fatto sparire dall’informazione e dal dibattito culturale, con la complicità proprio delle elucubrazioni postfordiste; d’altro canto bisogna riconoscere che esso ha sempre di più assorbito funzioni intellettuali (cfr. il problem solving nei processi produttivi, a cui gli operai partecipano quotidianamente), mentre il lavoro “cognitivo” è spesso basato su precise funzioni materiali (cfr. le mansioni amministrative svolte da molti dottorandi e ricercatori). Nel rispetto delle specificità e delle condizioni concrete di vita, bisogna notare che le figure lavorative sono quindi inserite nello stesso ciclo produttivo: entrambe concorrono alla valorizzazione delle merci, entrambe sono esposte a processi di precarizzazione, entrambe vengono private di contratti collettivi nazionali e dei diritti sociali (quali quelli alla casa, alla pensione etc). Le risposte che il capitale ha dato alla sua crisi trentennale hanno tentato in ogni modo di frammentare la classe, opponendo artificialmente il lavoro “cognitivo” al lavoro “manuale”, offuscando i confini spesso molto labili che circoscrivono i due ambiti, e cooptando il primo con privilegi di casta e fornendogli un certo status. Per questo, anche se nel mondo della ricerca ci sono alcuni soggetti in attesa di “inserimento”, o che potranno sempre trovare un remunerato impiego nelle aziende, bisogna rilanciare una larga lotta unitaria fra i tanti che di questa proletarizzazione e scomposizione di classe patiscono le conseguenze.

Si è così giunti a una riflessione più larga sulla connessione che bisogna instaurare fra i diversi ambiti del conflitto sociale. La presenza di esponenti dei movimenti territoriali è stata fondamentale per trovare il legame con le lotte contro la devastazione ambientale e lo scempio territoriale. Non è un caso che nella stessa legge 133/08 sono contenuti, oltre ai tagli all’università, anche le misure di privatizzazione dell’acqua e i finanziamenti per l’energia nucleare. È lampante il nesso che lega lo smantellamento dell’istruzione e dello stato sociale all’attacco all’ambiente e ai territori, soprattutto se si considera, ancora una volta, il ruolo che la ricerca svolge (per volontà del pubblico o del privato) nella devastazione e nello sfruttamento ambientale, e la funzione assolta dai partiti e dai sindacati confederali (in continuità con i ben noti meccanismi clientelari, e spesso persino in collusione con mafie e camorre) nel portare avanti logiche di profitto.

Di fronte alla crisi e al massacro che sta producendo, lavorare sulle contraddizioni, iniziando a fare un discorso che miri dalle nostre università a costruire un lavoro politico che non sia studentista o corporativo, ma abbia la forza di collegarsi alle lotte di tutti gli altri settori che pagano questa organizzazione economico-sociale è dunque una necessità. L’obiettivo di tutti i partecipanti all’assemblea è dunque quello di lavorare nella prospettiva di un confronto stabile tra lavoratori e studenti (che sono lavoratori in formazione, lavoratori di oggi e di domani), assolutamente svincolato dalle pratiche concertative di alcuni sindacati e partiti. Per questo motivo, è stato ritenuto fondamentale proporre la costruzione di assemblee con altre realtà autorganizzate non studentesche per provare a generalizzare realmente le lotte e tendere col tempo ad allargare sempre di più i nodi del conflitto.

In conseguenza di ciò, partendo dalle nostre specificità locali, abbiamo deciso di creare una rete di realtà studentesche che abbia un respiro nazionale, ma che guardi anche alle proteste che si sviluppano, contro le medesime riforme e attacchi, su un piano internazionale. Intendiamo così coordinare in modo efficace le nostre lotte e dare uno sbocco politico alle analisi condivise, dotandoci degli strumenti più opportuni ed efficaci. Tra questi, abbiamo individuato un sito internet, che funzioni come portale di collegamento nonché come mezzo di comunicazione politica, punto di riferimento per quanti, quotidianamente, lottano nella nostra stessa prospettiva. L’autorganizzazione, in questo senso, è stata argomento centrale ed è emersa come caratteristica fondamentale per costruire una struttura orizzontale che riesca a porre nell’agenda politica una pratica realmente conflittuale e di classe. Per aprire da ora, e nei prossimi anni, un lungo ciclo di lotte sociali. Per osare combattere, e osare vincere.

Roma, 14 dicembre 2008

RETE DELLE REALTÀ STUDENTESCHE AUTORGANIZZATE
studenti.autorg@gmail.com

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